
Sull'Adige del 18 luglio la consigliera provinciale della Lega Stefania Segnana interviene sul dibattito relativo alla violenza di genere e alla definizione di consenso. La consigliera respinge l'accusa di un «arretramento» politico e legislativo.
Claudia Merighi, 24 luglio 2026
Nel suo intervento del 18 luglio su questo giornale, la consigliera provinciale della Lega, Stefania Segnana interviene sul dibattito relativo alla violenza di genere e alla definizione di consenso. Respinge l'accusa di un "arretramento" politico e legislativo, arrampicandosi su una difesa tecnica e rivendicando meriti che svelano profonde contraddizioni. Quando si parla di tutela delle donne, la chiarezza è un dovere morale: la realtà oltre la retorica dei comunicati ci racconta una storia diversa.
Il primo nodo riguarda la modifica del testo sulla violenza sessuale approvato alla Camera. Quel testo conteneva un principio moderno e allineato alla Convenzione di Istanbul: il sesso senza un consenso esplicito e libero è stupro. Legare la punibilità solo a specifici e rigidi contesti di costrizione fisica o minaccia significa fare un clamoroso passo indietro. La certezza del diritto non si ottiene restringendo le tutele o lasciando zone d'ombra, ma mettendo al centro l'autodeterminazione. Per questo le opposizioni,i movimenti femministi e i centri violenza chiedono che il Parlamento torni al testo votato alla Camera, frutto del lavoro delle nostre deputate con la segretaria del PD Elly Schlein e l’accordo con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Come Donne Democratiche, abbiamo chiesto di presentare nei Comuni e in Consiglio provinciale la mozione che espliciti questo punto: le istituzioni devono dare un messaggio chiaro a difesa di un principio essenziale per tutte le donne.
Accanto al codice penale, la consigliera elenca misure che la Giunta Fugatti e la Lega rivendicano come proprie conquiste, come l'assegno di autodeterminazione e il sostegno ai figli delle vittime di femminicidio. È doveroso ristabilire la verità dei fatti: queste norme nascono da mozioni, emendamenti e disegni di legge portati avanti dalle minoranze, da altri gruppi politici e dalla società civile, che la Giunta ha recepito e non presentato . Intestarsene la paternità esclusiva è un'operazione di puro sciovinismo politico.
La contraddizione più stridente riguarda poi, i Centri Antiviolenza (CAV). Segnana elenca con orgoglio i nuovi sportelli a Rovereto, Cavalese, Cles e Riva del Garda, oltre a Trento, un'estensione su cui concordiamo assolutamente e che rispecchia la mozione della nostra consigliera Michela Calzà. Tuttavia, la tutela si misura con le risorse reali.
Aprire nuovi presidi parcellizzando lo stanziamento complessivo, senza un incremento del budget, costringe le strutture esistenti a un'asfissia finanziaria. La stessa maggioranza che vanta i nuovi centri ha sistematicamente bocciato gli emendamenti dell'opposizione per aumentare in modo strutturale i fondi ai CAV. I centri vivono di finanziamenti certi per avere un numero sufficiente di operatrici che possano essere messe nella condizione di lavorare al meglio, psicologhe, consulenti legali, percorsi di reinserimento e alloggi protetti.
Infine, la destra trentina, come quella nazionale, dimostra un'assenza di visione sulla prevenzione culturale. Se davvero concordiamo sul fatto che ci sia la necessità di scardinare la cultura patriarcale, allora chiediamo che si voti il disegno di legge di iniziativa popolare sull'educazione di genere e all'affettività nelle scuole, basato su approcci scientifici e che ha raccolto amplia adesione su tutto il territorio provinciale. Rifiutare questi percorsi per assecondare crociate ideologiche (es. contro la fantomatica "teoria del gender") priva i e le giovani degli strumenti necessari per comprendere il rispetto reciproco e il consenso. La lotta alla violenza sulle donne richiede leggi nazionali coraggiose, il finanziamento dei servizi locali di supporto e l'istruzione nelle scuole. Senza queste risposte, i proclami della maggioranza restano solo un'operazione di facciata