Il Trentino deve osare di più

Durante il Festival dell'Economia ho parlato con una conoscente che vive a Londra. Il paesaggio, le relazioni, la qualità della vita l'avevano portata a decidere di tornare. Il salario che le hanno proposto, no.Non è una storia eccezionale.
Franco Ianeselli, 5 giugno 2026

È la storia ordinaria di una generazione. E mi ci soffermo non per fare retorica sul tema dei giovani - un tema che rischia di diventare decorativo nei discorsi pubblici - ma perché quella ragazza rappresenta qualcosa di preciso: il costo invisibile di una politica che amministra bene il presente e trascura il futuro.Il Trentino non l'ha persa per cattiva gestione. L'ha persa per insufficienza di visione. Ed è una distinzione che conta, perché suggerisce dove bisogna intervenire.Siamo una delle province più ricche e più autonome d'Italia. Abbiamo uno statuto speciale che ci invidia mezza Europa: una capacità fiscale, un'autonomia legislativa, una libertà di sperimentare che nessuna regione ordinaria si sogna. Abbiamo un'università che attira studenti da tutto il paese, un sistema cooperativo tra i più solidi del continente, un paesaggio che è insieme patrimonio culturale e risorsa economica reale.Eppure sembra che tutta questa libertà oggi la si usi principalmente per fare le stesse cose che farebbe qualsiasi altra amministrazione, solo con più risorse.

Il paradosso dell'autonomia trentina è che abbiamo strumenti straordinari e ambizioni ordinarie.In questi anni da sindaco di Trento ho imparato che stanziare risorse è solo una parte del lavoro, conta la direzione in cui le muovi. Un territorio può avere bilanci in ordine, strade asfaltate, servizi efficienti, ma perdere la voglia di scommettere sul futuro. Lo si condivida o no, è con questa convinzione che durante il primo mandato la mia Giunta comunale ha scelto di confermare il sostegno ad alcune grandi opere attese o programmate da anni.C'è una metafora che mi torna spesso in mente quando penso al Trentino di questi ultimi anni. Quella del fortino. Un fortino è ben costruito, presidiato, difeso. Chi ci vive dentro sta ragionevolmente bene. Ma un fortino guarda verso l'interno, non verso l'esterno. Si preoccupa di proteggere ciò che ha. E soprattutto: un fortino non attira nessuno.

Oggi, anche a costo di rischiare qualcosa, io credo si debba tornare ad essere un luogo che non gioca in difesa, ma che prova e se sbaglia si corregge. Un luogo che, proprio perché sperimenta, attrae persone curiose, imprese innovative, istituzioni che vogliono capire come si fa.Il Trentino ha tutti gli ingredienti per essere questo. Ha l'autonomia per non dover chiedere permesso a Roma ogni volta che vuole provare qualcosa di nuovo. Ha le istituzioni - università, fondazioni, cooperative - che possono essere partner naturali di questa ambizione.Quello che forse manca è la volontà politica di assumersi questo rischio. È un discorso più difficile da fare rispetto a quello dell'amministrazione prudente che non spreca e non rischia. Ma è l'unico discorso onesto quando si parla di futuro.

Per non restare sul piano delle metafore, provo a indicare qualche punto.Il primo è il lavoro. Abbiamo lavorato anni per sostenere l'occupazione. Ma oggi l'obiettivo è diventato un altro. Il lavoro non manca, ma è un lavoro povero. Vanno alzati i salari e va dunque intrapreso un percorso che porti all'aumento della produttività. Un percorso che non si può pensare di compiere senza la crescita di grandi aziende avanzate.

Il secondo è la casa. Non come tema assistenziale, ma come politica strutturale. Una provincia che investe miliardi in formazione deve porsi il problema dell'abitazione per chi è entrato nel mondo del lavoro, e deve farlo con strumenti nuovi, a partire da un'edilizia pubblica di qualità.

Il terzo è la transizione ecologica come economia, non solo come vincolo. Il Trentino ha montagne, acqua, foreste, un'agricoltura di qualità. Tutto questo può diventare il cuore di filiere produttive nuove: energia rinnovabile distribuita, turismo lento, cibo certificato, economia della cura del paesaggio. Non basta tutelare: bisogna costruire attorno alla tutela un sistema economico che paghi, che dia lavoro, che attiri investimenti.

Il quarto è il welfare per una società che invecchia. Siamo una delle province con l'aspettativa di vita più alta d'Italia. Questo è un dato positivo. Ma porta con sé una sfida enorme: come si organizza la non autosufficienza in modo che non diventi un peso insostenibile per le famiglie, e non trasformi il territorio in un luogo pensato solo per chi è già sistemato? Chi risponde bene a questa domanda nei prossimi dieci anni non solo avrà consenso ma, cosa più importante, farà una cosa giusta.

Mi piacerebbe che questa riflessione coinvolgesse i sindaci, gli imprenditori, i giovani che stanno decidendo se restare o partire. Il Trentino non ha bisogno di essere salvato. Ha bisogno di scegliere. La ragazza di Trento che è rimasta a Londra non è un caso perso. È un'opportunità che aspetta.