«Schlein è stata coraggiosa e ha vinto contro i disfattisti. Meloni paga i pessimi risultati del suo governo

La vittoria del «No» è un successo di rincorsa, che parte da lontano, da quando, più di due mesi fa, connfo il «Sì» molto avanti nei primi sondaggi, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha deciso di schierare il partito a fianco dei comitati per il «No», una scelta che oggi può sembrare scontata, ma che allora non lo era stata affatto. «Una scelta inevitabile però - osserva la deputata trentina del Pd, Sara Ferrari - Perché si stava andando a stravolgere uno dei pilastri della nostra Costituzione».
S. Casalini, "ll T Quotidiano", 24 marzo 2026

Ferrari, un risultato che due mesi e mezzo fa non era scontato. C'è stato un grande recupero?

«Sì, perché il governo ha provato all'inizio a far passare l'idea che questa fosse una norma che toglieva la politica dalla magistratura, una posizione poi smentita dai fatti. Ha cominciato Nordio quando ha detto a Schlein: “Perché non vuoi questa norma? Oggi fa comodo a noi, domani può fare comodo a voi”. Era la prima prova che si trattasse di una norma per controllare la magistratura ed evitare il controllo sull'operato della politica e del governo. Le gaffe poi si sono susseguite, a partire proprio dalla capa di gabinetto di Nordio. Anche Meloni ha cambiato registro: inizialmente distante dal dibattito, si è poi lanciata nello scontro, alzando sempre più i toni. Questo ha finito per aiutare il “No”. Si è capito che non era una riforma che migliorava la giustizia — lo hanno dovuto ammettere anche Nordio e Buongiorno — e questa convinzione si è diffusa nella popolazione, nonostante il tentativo evidente di favorire il “Sì”».

In che senso?

«Prima la scelta della data del referendum, fissata il prima possibile dopo il voto sulla riforma, quando il “Sì” era in testa. Poi il divieto di voto ai fuorisede, mentre i sondaggi indicavano che i giovani erano in larga parte per il “No”. Infine, il fuoco mediatico: televisioni, pubbliche e private, e social in cui il centrodestra ha di fatto monopolizzato lo spazio. Tutti tentativi evidenti di indebolire l'opposizione a questa legge, che però tradivano anche la paura di perdere, poi effettivamente concretizzata».

Da dove arriva la vittoria?

«Da un lavoro comunicativo chiaro. Questa non era una legge sulla separazione delle carriere e ci siamo concentrati molto su questo punto. La riforma Cartabia già limita il passaggio di carriera a una sola volta: se fosse stato quello l'obiettivo, sarebbe bastata una legge ordinaria. Invece si è intervenuti su sette articoli della Costituzione. Quando si fa una scelta del genere, bisogna dimostrare che c'è urgenza. E qui non c'era, e gli italiani lo hanno capito».

Premiata quindi la decisione di Schlein di schierare il partito per il «No», anche contro chi le diceva che conveniva non farlo?

«Sì, è stata premiata. Contro i disfattisti, ma anche contro gli “strateghi di giornata” che dicevano di non politicizzare il voto. Ma come si fa a non politicizzare un referendum sulla Costituzione? Se si toccano sette articoli della Carta, è inevitabilmente un voto politico. L'unica scelta era stare dentro la battaglia. Schlein ha avuto ragione e ha avuto coraggio. Anche Meloni, alla fine, non è riuscita a restarne fuori e si è esposta per il “Sì”, commettendo diversi errori».

In che senso?

«Si sono concentrati molto sugli errori dei magistrati, puntando alla loro delegittimazione. Hanno provato a usare lo stesso schema già visto con altri temi, come i migranti, ma questa volta non ha funzionato. Probabilmente perché le persone sentono che, al netto degli errori fisiologici, serve una giustizia libera per garantire l'uguaglianza davanti alla legge. E questa riforma rischiava di indebolirla».

Risultato del Trentino?

«Mi fa piacere vedere un'affluenza altissima, poi la dinamica dei voti mi sembra quella simile al nazionale per cui i grandi centri urbani hanno votato per il “No” e le aree periferiche per il “Sì”, tutto questo in un contesto, come diceva prima, di propaganda ad armi impari».

Se Schlein ne esce rafforzata, quel pezzo di centro del Campo largo che non aveva dato indicazioni di voto o si era schierato per il sì deve accettare oggi un baricentro diverso?

«Sì, oggi il Campo largo deve fare i conti con questo segnale politico, ma anche il centrodestra. Non credo che il premierato di Meloni abbia alcuna possibilità».

Meloni: cosa ha pagato?

«Diversi elementi. Sul piano internazionale, l'allineamento degli ultimi anni con Trump e Netanyahu ha prodotto conseguenze sia sul piano politico sia su quello economico, anche alla luce dell'attuale contesto di conflitto. Sul piano interno, il Paese è fermo: il Pil non cresce da anni e i costi energetici restano molto elevati. Meloni oggi appare in difficoltà, anche perché non è riuscita a dare risposte strutturali, limitandosi a interventi temporanei. I nodi stanno venendo al pettine e il governo mostra in modo sempre più evidente i propri limiti».