I falsi miti della Valdastico

In questi giorni, come un ricorrente deja vu, è ritornato all'onore delle cronache il progetto della Valdastico. Dopo la notizia dell'unilaterale accelerazione veneta - alla faccia del comitato paritetico tra Provincia Autonoma di Trento, Regione Veneto e Stato - si sono letti sulla stampa locale, come già avvenuto in passato, interventi che sollecitano il via libera trentino all'opera.
Alessio Manica, 14 ottobre 2017

 

Cerco di esporre nuovamente alcune motivazioni per cui, per il Trentino che immagino - e che fino a prova contraria è quello che ha immaginato la coalizione di centrosinistra autonomista nel proprio programma di governo - quest'opera sarebbe dannosa, inutile e controproducente.
La Valdastico non servirebbe a collegare il territorio veneto - una parte peraltro - con quello trentino, o a creare virtuose sinergie tra i due sistemi territoriali; serve per attraversare il nostro territorio e per accelerare il transito delle merci  da e verso il Veneto in direzione nord e viceversa. Il collegamento consentirebbe infatti un risparmio di circa quaranta minuti rispetto al passaggio per Verona, e determinerebbe quindi un aumento del traffico - soprattutto pesante - sulla già sovraccarica Autostrada del Brennero. Proprio per la saturazione di quest'arteria, per i suoi impatti sull'ambiente e sulla salute, per l'ambizione di non seguire modelli altrui ma costruire con originalità un futuro compatibile con la fragilità ambientale ed ecosistemica della nostra terra (alta), la Provincia Autonoma di Trento ha da tempo deciso di investire sul trasporto intermodale, sul potenziamento della rotaia e sul trasferimento di merci da gomma a ferro, anche con il progetto europeo del tunnel del Brennero e della Tac/Tav.
Siccome questo è il tempo delle scelte, soprattutto di quelle coraggiose, riterrei quantomeno schizofrenico investire miliardi di euro in opere ferroviarie di tale portata, sopportarne gli inevitabili costi e criticità, per poi aprire una nuova arteria su gomma e intasare ulteriormente quelle esistenti. Se si decide - e lo si è già deciso - di puntare sull'intermodalità, sul potenziamento della ferrovia, sulla mobilità sostenibile ecc., bisogna anche creare le condizioni materiali perché questa funzioni e non si riduca a mero proclama. 
Va anche sfatato il mito secondo cui la Valdastico migliorerebbe la situazione della Valsugana, arteria oggettivamente critica ma per la quale esistono già importanti progetti, non ultimo l'elettrificazione della ferrovia. Uno studio commissionato dalla Comunità della Valsugana all'Università di Trento nel 2012 ci dice infatti, numeri alla mano, che solo il 13% del traffico della Valsugana è determinato da flussi di attraversamento dal Veneto al Trentino, mentre il resto sono flussi interni alla valle. Il beneficio della Valdastico sarebbe quindi minimo.
Altri ci ricordano che la Valdastico, come tutte le strade, porterebbe sicuramente progresso e benessere. Posto che oggi sarebbero auspicabili riflessioni più complesse rispetto a modelli di sviluppo novecenteschi, credo che siano altre le infrastrutture che possono portare progresso e benessere al Trentino. Penso alla grande sfida delle opere ferroviarie, tanto sull'asse del Brennero quanto verso il Garda e attraverso le Alpi e le Dolomiti; le infrastrutture immateriali, a partire dalla grande sfida della fibra ovunque; penso alle reti della conoscenza. Non saranno le gare d'appalto per la Valdastico a far crescere il Trentino, e nemmeno il transito di più camion, che per dirla con il sociologo Aldo Bonomi sarebbero solamente un flusso che impatta sui (nostri) luoghi, senza possibilità di governarlo e trarne vantaggi. La competitività dei nostri prodotti non può dipendere da mezz'ora in meno di strada verso il Veneto, ma dalla loro identità, qualità e riconoscibilità; la stessa che sarebbe a mio parere compromessa dall'ennesima opera poco coerente con il nostro modello di sviluppo alpino (e non padano). 
A proposito di Garda, qualcuno perora l'uscita della Valdastico a Rovereto "per sostenere l'economia turistica del Garda". Peccato che questo territorio si stia interrogando su come ottimizzare l'asse con la zona tedesca sviluppando la rotaia e la viabilità ciclopedonale, in coerenza con l'offerta "sportivo-ambientale" che è diventata il suo straordinario valore competitivo. A che serve accorciare di mezz'ora l'arrivo dal Veneto?
Sorvolo sui flussi veicolari previsti dalla Serenissima sulla Valdastico che la rendono, carte alla mano, finanziariamente insostenibile. 
Il Veneto probabilmente qualche interesse in più verso la Valdastico lo ha, altrimenti non si spiegherebbero i continui, e ben poco corretti, scatti in avanti. Resto però convinto che la motivazione principale di questo progetto sia la partita del rinnovo della concessione dell'A4, che è subordinata come si sa alla realizzazione della Valdastico, e la cui redditività è tale da permettere anche di «buttare» i soldi in quest'ultima. Peccato che non è stata l'Europa a chiedere questa contropartita, ma la Serenissima; e allora perché non vincolare il rinnovo della concessione ad un investimento sulla rotaia come ha fatto A22? Perché vincolare il Trentino ad un'opera che per noi non ha alcun valore? Insistere sulla Valdastico significa non volere alzare lo sguardo sugli orizzonti lunghi della mobilità, sui quali sta investendo l'Europa e anche il Trentino. 
Il Trentino che deve fare della qualità e dell'unicità il suo biglietto da visita in ogni settore, non ha nulla da guadagnare da questa vecchia opera. Non esiste uno scenario in cui il Trentino ne possa trarre beneficio, ed infatti nel documento conclusivo del comitato paritetico con Veneto e Stato la Provincia Autonoma di Trento ribadisce l'inutilità della Valdastico, sulla base non solo del proprio programma di governo ma anche degli ulteriori approfondimenti del tavolo stesso. Ben altra cosa è ragionare sulle modalità di interconnessione con il Veneto: ci sono molte «strade» innovative da percorrere.