Ecco perché appoggio la Bozzarelli candidata segretario del Pd

La politica è in crisi in tutto il mondo. Ciò deriva dall'incrocio di due fenomeni che procedono a velocità geometrica: la globalizzazione e l'informatizzazione delle società. Gli Stati nazionali non hanno la forza di affrontare le sfide della interdipendenza né di forgiare istituzioni transnazionali capaci di farlo.
Mario Raffaelli, "L'Adige", 3 maggio 2016


Dopo la fine della «guerra fredda» e l'illusione di un'unica superpotenza «regolatrice», vivremo per un tempo imprecisato una realtà policentrica, dove le decisioni deriveranno dai rapporti di forza o collaborazione stabiliti, di volta in volta, fra paesi dal peso specifico prevalente (USA, Cina) e mutevoli alleanze regionali. In questo scenario, l'Europa costituirebbe lo strumento indispensabile per i paesi che la compongono, mentre è percepita da molti come un pachiderma burocratico e invadente, oggetto lontano, freddo e senz'anima.
Siamo quindi sospesi fra un mondo che non c'è più e un altro che non c'è ancora, come quando i nostri lontani predecessori dovettero affrontare il cammino dalle piccole comunità locali verso la costruzione d'istituzioni più complesse, quelle che, nel caso europeo, divennero, con tempi diversi, i nostri Stati. Costruzioni «immaginarie» ma nate, appunto, da un percorso di lotte, di elaborazioni, di valori comuni, base indispensabile per sostenere edifici istituzionali complessi e condivisi, come quelli di cui ci sarebbe oggi bisogno a livello internazionale.
Nel frattempo, vivremo nella tempesta. Una tempesta finanziaria ed economica per i paesi più strutturati, un ciclone che ha sconvolto la geografia esistente (con guerre, emigrazioni, terrorismo) laddove le istituzioni erano fragili e/o prive di legittimità.
In Occidente l'Italia è il paese che soffre di più questi fenomeni. La «transizione infinita» cominciata nel '94 (con l'illusione che bastasse una «rivoluzione giudiziaria» per risolvere le tante anomalie del paese) non è ancora finita. Anzi, quella che era la coda avvelenata della Prima Repubblica, costituita dal rapporto malato fra politica ed economia, è degenerata in una corruzione endemica mentre il sistema politico è stato distrutto senza essere sostituito da qualcosa di più efficiente e trasparente.
In questa situazione, dopo una serie di governi fallimentari, tecnici o parapolitici, va dato atto a Matteo Renzi di affrontare i problemi con un approccio nuovo e all'altezza delle sfide che abbiamo di fronte. Ciò non vuol dire che tutti i suoi provvedimenti siano perfetti e la stessa Riforma Costituzionale, sulla quale andremo a votare in ottobre, non è esente da limiti e imperfezioni. Tuttavia, per la prima volta da decenni, è in atto uno sforzo serio per togliere l'Italia dalla palude nella quale stava sprofondando e per rilanciare il ruolo del nostro paese sulla scena internazionale.
Certo, un «uomo solo al comando» è ricetta che non può funzionare. Ma più che fare le pulci a Renzi sulle sue presunte vocazioni padronali (quella del «leaderismo» esasperato è, del resto, tendenza attuale in tutto il mondo) varrebbe la pena di impegnarsi per ricostruire un sistema politico degno di questo nome, sapendo che il Pd è l'unico punto di partenza per questa operazione.
Di nuovo, ciò non vuol dire che il Pd sia un soggetto politico senza problemi. Basta guardarsi in giro, in Italia come in Trentino, per rendersene conto. Ciò comporta ancor di più l'impegno diretto dei cittadini per «andare con il Pd oltre il Pd» chiedendo, in cambio di questa scelta fatta senza ambiguità, un'analoga apertura del partito. Con modalità e strumenti adatti a favorire la più ampia ed effettiva partecipazione. Il tema della ricostruzione dei «luoghi della politica» è, infatti, fondamentale. Non si tratta di un inutile ritorno alla vecchia forma-partito ma di identificare una via intermedia tra gli strumenti del passato e le finta partecipazione che si esaurisce in una delega data «una tantum», magari per via telematica. Senza di che, come ha scritto Ezio Mauro, la politica attuale rimarrà il «luogo in cui si libera l'irrazionale della decadenza, una ribellione mossa più dall'angoscia che dalla libertà, dove nascono figure sciamaniche che operano una riduzione carismatica del meccanismo politico, coltivano le paure per risolverle in una grande banalizzazione, come se esistessero soluzioni semplici a problemi complessi».
Per evitare questo è necessaria la crescita di un partito capace di elaborazioni collettive, di costruire e spiegare il contesto nel quale maturano le diverse scelte politiche. Rendendo così comprensibili i fatti, gerarchizzandoli per stabilirne la priorità, istituendo le connessioni necessarie perché i diversi elementi concorrano a costituire una visione convincente e un percorso praticabile. Ristabilendo, in forme nuove, una connessione permanente con i propri militanti e l'opinione pubblica.
Il Trentino dovrebbe essere all'avanguardia in questo sforzo, onorando quella capacità d'innovazione della politica che è stata una delle caratteristiche storiche che ne hanno sostanziato l'Autonomia. Al contrario, la politica trentina sembra rattrappita su se stessa, priva di visione, incapace di elaborare il futuro. Basti pensare alle modalità scelte per affrontare la revisione dello Statuto dove, differenziandosi da Bolzano, si sta dando vita ad un processo asfittico, poco autorevole, privo di qualsiasi partecipazione che non sia rigidamente corporativa. Sembra non ci si renda conto che potremmo rimanere schiacciati tra una solitaria valorizzazione dell'autonomia altoatesina e il processo di spogliazione delle Regioni a statuto ordinario, con il rischio di diventare, di fatto, una provincia fra le tante, con l'unico vantaggio dei poteri speciali di cui (fino a quando?) è dotata. Invece di concentrarsi su ciò, ci si perde in litigi inconcludenti, si continua a sottovalutare l'enorme problema della cooperazione (segnalato inutilmente, a suo tempo, dal gruppo «Trentino 33») si riconquista una notorietà nazionale ma solo per pratiche lottizzatorie che non hanno nemmeno il pregio dell'efficienza.
Per tutto ciò il prossimo Congresso provinciale del Pd acquista enorme importanza ed è merito di Elisabetta Bozzarelli aver impedito, con la sua candidatura, che tutto si risolvesse in un «patto di stabilità» che appare più rivolto a stabilizzare il destino personale dei singoli contraenti piuttosto che quello del Pd e della politica provinciale.
La candidatura di Elisabetta Bozzarelli, per le caratteristiche politiche che la sostanziano, non ha solo il pregio di portare aria fresca in un panorama immobile e alquanto asfittico. Può anche costituire quell'elemento di novità capace di attirare l'impegno di chi, altrimenti, rimarrebbe estraneo e far compiere i primi passi a quel processo che ho sopra evocato. Dipende da lei. E dipende, ovviamente, da quanti sapranno cogliere il significato della sua scelta.